c'è un intruso!

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come fregare il cacciatore

mercoledì 18 gennaio 2012

sabato 17 dicembre 2011

CHI PARLA E CHI NON PUO' FARLO

e questi possono raccontare?

Stasera ho guardato su Rai3  la storia dei migranti italiani in giro per il mondo: ho visto cose atroci.
Ma qualcuno dei protagonisti di queste storie (le più recenti, ovvio) era lì a raccontare del loro riscatto, della forza di volontà che ha vinto l'ottusità e l'ignoranza, delle opportunità di vita che se non te le danno te le prendi perché puoi parlare, e chi parla è pericoloso, bisogna farci i conti. Solo gli animali non parlano e fa tanto comodo che non lo facciano…
Stasera ho visto un piccolo scimmietto chiuso in un tubo di plastica trasparente molto stretto dibattersi e piangere. Era uno dei tanti esperimenti e - volendo proprio fare le pulci alle spese inutili del governo italiano in tempo di crisi - direi che sarebbe da eliminare questo mood dei protocolli quinquennali che costano un sacco di denaro per nulla.
Chi sperimenta sul serio i farmaci sono gli umani, sono i vecchi a cui il dottore propone un farmaco nuovo, negli ambulatori o negli ospedali o negli ospizi… Oppure sono i volontari del fiorente mercato di salute giovane ma povera e disperata (non è rara questa combinazione, vero?). Ma anche tutti i bambini poveri con genitori poveri  (in Africa è un must) sono perfetti per la sperimentazione inconsapevole, che schifo. Quelli che ne muoiono per lo più sono nascosti.
In parlamento gli animalisti sono o ridotti all'impotenza perché sono pochissimi, oppure sono i soliti "cercatori d'oro",  cioè lo stipendio, il rimborso, la diaria, non so che altro, ma soldi di sicuro.
Sono consapevole che mi sto consumando per nulla, che pur sapendo cosa costa il mascara che ti fa le ciglia finte da star (... da idiota star) a migliaia di creature che neanche sanno che cazzo è il mascara, continuerete a comperarlo. Quel mascara rende gli occhi bovini e ottusi ma di questa parte non mi frega nulla. Voi scegliete di essere quel che siete  e non voglio approfondire: i conigli, i topi, i gatti no. Loro soffrono e basta. Vi piace?
Dimenticavo:  anche i cani sono molto ambiti, centinaia di protocolli che prevedono i nostri amatissimi bau - in Italia li alleviamo apposta, che belle persone siamo!

P.S. Il primo che mi dice che se si salva il bambino ben venga la morte atroce di un cane, giuro che lo maledico. Non ammetto ignoranze.

A me di consumarmi non importa, credo che lotterò fino all'ultimo giorno della  vita che  ho ancora (un bel pezzo) da vivere.

domenica 11 dicembre 2011

In These Shoes? - Kirsty MacColl

la vecchia scusa di non aver le scarpe adatte….

giovedì 3 novembre 2011

Chi semina vento... ovvero Sacconi, Fedro e Aristotele

Ad rivum eundem Lupus et Agnus venerant siti compulsi: superior stabat Lupus, longeque inferior Agnus: tunc fauce improba latro incitatus iurgii causam intulit. Cur, inquit, turbulentam fecisti mihi aquam bibenti? Laniger contra timens, qui possum, quaeso, facere quod quereris, Lupe? A te decurrit ad meos haustus liquor. Repulsus ille veritatis viribus, ante hos sex menses male, ait, dixisti mihi. Respondit Agnus: equidem natus non eram. Pater hercle tuus, inquit, maledixit mihi. Atque ita correptum lacerat iniusta nece.
                                   Haec propter illos scripta est homines fabula, qui ficti causis innocentes opprimunt.

Un lupo ed un agnello, spinti dalla sete, erano giunti allo stesso ruscello. Più in alto si fermò il lupo, molto più in basso si mise l'agnello. Allora quel furfante, spinto dalla sua sfrenata golosità, cercò un pretesto di litigio.
- Perché - disse - intorbidi l'acqua che sto bevendo? Pieno di timore, l'agnello rispose: - Scusa, come posso fare ciò? Io bevo l'acqua che passa prima da te. E quello, sconfitto dall'evidenza del fatto, disse: - Sei mesi fa hai parlato male di me. E l'agnello ribatté: - Ma se ancora non ero nato!- Per Ercole, fu tuo padre, a parlar male di me - disse il lupo. E subito gli saltò addosso e lo sbranò fino ad ucciderlo ingiustamente. 
Questa favola è scritta per quegli uomini che opprimono gli innocenti con falsi pretesti.
                                                                                                 (Fedro, Il lupo e l'agnello)


Il ministro Maurizio Sacconi è nato nel 1950  a Conegliano Veneto anche se ha una faccia più tipicamente emiliano-romagnola, larga, dai tratti marcati, sovrastata da capelli lisci, con guance che si stanno appena spampinando. Potrebbe essere considerato un bell'uomo non fosse per la bocca piccola da infame.
 Gli si potrebbe persino riconoscere una vaga somiglianza (in peggio) con Lino Ventura, indimenticato interprete di tanti polar francesi (uno fra tutti: Tutte le ore feriscono... l'ultima uccide, Le deuxième souffle, Jean-Pierre Melville, 1966).



Sacconi, come altri suoi compari tipo Brunetta e Cicchitto, proviene politicamente dai resti del Partito Socialista craxiano giustamente (ma purtroppo non definitivamente) spazzato via da Mani Pulite ed è da allora in cerca di vendetta.
Nel 2008 è stato nominato Ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali, dal quale nel dicembre 2009 è stato scisso il Ministero della Salute. Brevemente viene definito Ministro del Welfare, anche se sta lavorando con impegno per trasformarlo in Malfare. Ha già avuto peraltro modo di distinguersi dopo la morte di Marco Biagi, quando emerse la sua responsabilità nel non essere intervenuto presso il Ministro dell' Interno e il Prefetto di Roma per fornirgli "una scorta vera e propria". Nel dicembre 2008 interviene nella vicenda di Eluana Englaro con un "atto di indirizzo" che vieta alle strutture sanitarie pubbliche e a quelle private convenzionate di interrompere l'idratazione e l'alimentazione forzate con la minaccia ricattatoria di escludere queste strutture dall'accreditamento. Nel gennaio 2011 ha firmato, insieme a Formigoni e ad altri, una lettera aperta per chiedere ai cattolici italiani di sospendere ogni giudizio morale nei confronti di Berlusconi indagato per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Sensibilità e attenzione nei confronti dei valori cattolici che si è però recentemente bruciato con la barzelletta delle monache violentate.
Ma la sua ossessione è la lotta per la modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei Diritti dei Lavoratori (che afferma che - per le aziende al di sopra dei 15 dipendenti - il licenziamento è valido se avviene per giusta causa - violenze, furto, danneggiamento - o per giustificato motivo - ritardi sistematici, violazione del segreto d'ufficio): la motivazione è che rendendo più facili i licenziamenti si favoriscono le assunzioni.
Questa è una delle tesi più ciniche di quella "dottrina" demenziale che va sotto il nome di "Liberismo", dove il riferimento alla "libertà" riguarda la facoltà di lasciare alla "libera" e acefala spontaneità del mercato la capacità di realizzare il bene comune: il "libero" incontro e scontro di egoismi individuali produrrà magicamente il benessere generale (e se non lo produrrà sarà colpa di chi non se lo è meritato). Paladino di questa concezione è stato in particolare Milton Friedman, premio Nobel (!) 1976 per l'economia e che ha esercitato una forte influenza negli anni 70-80 sulle scelte governative di Margaret Thatcher, Ronald Reagan e Augusto Pinochet. Friedman sosteneva, tra gli altri orrori che han finito poi per generare la crisi attuale, che rendere facili i licenziamenti avrebbe portato a una diminuzione delle richieste salariali, quindi a una diminuzione dei costi e conseguentemente a una tendenza a nuove assunzioni per aumentare la produzione. Naturalmente la sofferenza, l'angoscia, la disperazione dei licenziati sarebbe stato solo un trascurabile effetto collaterale eventualmente compensabile (per quelli che non facevano tanto casino) con un po' di compassionevolità.
Certo, quando si passa dall'"economia" come amministrazione delle cose degli uomini a "scienza della produzione, distribuzione e consumo della ricchezza" i risultati non possono essere che questi. Se poi qualcuno a cui sono stati inculcati in vario modo "valori" tipo dovere del lavoro, obbligo di farsi una famiglia e mantenerla, necessità di infognarsi in un mutuo per acquistare una casa e consumi simbolici di vario tipo, improvvisamente "fuoriesce" dal mercato del lavoro che ha bisogno della sua bella flessibilità e magari si arrabbia un pochino e non ci sta tanto a rassegnarsi al destino cinico e baro, ecco che scatta il pericolo "terrorismo". 
Ma, si badi bene, non nel senso (che sarebbe conseguente) che la disperazione, la frustrazione, la rabbia provocate dalla distruzione dei valori inculcati portino al rifiuto, poi alla ribellione, poi a una qualche forma di organizzazione (sbagliata fin che si vuole) per cambiare lo stato delle cose (o anche solo per vendicarsi, per non accettare supinamente). No, sono gruppi cresciuti (come serpi in seno) all'interno dell'Università e delle istituzioni che tramano nell'ombra e approfittano del disagio sociale per instillare i loro subdoli programmi. 
Con buona pace della logica aristotelica e della "causa efficiente".

Nella foto il Senatore Maurizio Sacconi emula Nikita Kruscev sfilandosi una scarpa al Senato e usandola per richiamare l'attenzione dell'allora presidente Franco Marini durante un acceso dibattito sulla class action. La scarpa pare di squisita fattura: d'altra parte, come si dice, la classe non è acqua.